WARNING: questo post contiene informazioni di carattere autobiografico. se leggere qualunque cosa del genere, indipendentemente dal contesto, vi fa pensare che l’autore in fondo voglia solo mettersi in mostra e automaticamente vi fa detestare ciò di cui parla, procuratevi qualcuno che lo legga per voi eliminando queste informazioni. perchè, insomma, è tipo brutto detestare uno spettacolo così.
premetto che quella di cui sto per parlare è la prima rappresentazione teatrale della grande commedia (almeno, in genere la definiscono così) di tennessee williams. e che, in effetti, non ho visto neanche il film.
premetto anche che qualunque mio giudizio su enrico lo verso è falsato dal fatto che è un figo della madonna.
credo che come premesse possano bastare. più che una recensione si tratta di impressioni a caldo: l’ho visto qualcosa come dieci ore fa, insieme a mia madre che in questo caso ricopriva anche il ruolo di rivale in amore.
credo anche che, quando non hai trovato un singolo difetto in uno spettacolo, o comunque una singola cosa che per qualche motivo non ti è piaciuta (eccetto il genio che, durante la pausa, ha detto: “be’, nei primi minuti era un po’ fiacca, la cosa, ma si sta riprendendo”. non so cosa si aspettasse, da una donna che aspetta la sorella. magari una sparatoria.), scrivere una recensione o una pseudorecensione non sia semplicissimo. quindi, credo che mi limiterò ad elencare tutto ciò che mi ha stupito positivamente, a partire dalla scenografia.
curata da massimo marafante, su un palco inclinato in direzione del pubblico: un tavolo, delle sedie, un frigorifero, uno scaffale, un letto, un tavolino per il telefono. sullo sfondo, un cielo evidentemente posticcio. i mobili, modestissimi e logori, erano dipinti con colori sgargianti, da evidenziatore, in contrasto con il pavimento nero. tutte le scene, interne o esterne, si svolgevano in quegli spazi – notevole l’uso di spazi “tecnici”, come ad esempio le scale per salire sul palco, le quinte eccetera, per scopi narrativi.
uh, a proposito di scene esterne: le scene dello spettacolo erano scandite da episodi di delirio stile baccanale suburbano open air sulla strada della casa di Stanley Kowalski – e già questi intermezzi meriterebbero una recensione a parte, con spettacolari miscugli di cultura pop e realismo, coreografie alcooliche ed improvvisazioni canore sulla colonna sonora registrata.
e: la protagonista. Blanche Dubois, interpretata da una straordinaria paola quattrini, è riuscita con il suo umore instabile, le sue pose ricercate nelle situazioni più improbabilicome nel disperato tentativo di difendere una dignità distrutta, il suo alternarsi di attimi d’ira e di dolcezza trasognata, il suo staccarsi progressivo dalla realtà e le sue corse a rifugiarsi nel mondo del delirio dopo gli ocassionali, brutali contatti con essa – lo sguardo sempre rivolto a particolari molecole d’aria nella traiettoria tra lei e gli interlocutori, il suo sorriso e la sua sorpresa nelle ultime scene, a farmi dimenticare la visione di lo verso a petto nudo per un’ora e quaranta minuti. (sì, pretendere che scriva un intero periodo senza una stronzata è davvero troppo).
e: lui, lo verso/Kowalsky, a farle da contraltare bilanciando la sua presenza quasi eterea nel suo continuo tendere all’irrealtà con una fisicità straripante, bestiale, invadente, avvertibile in tutta la sua violenza anche dai posti in ultima fila che io e mia madre – notoriamente organizzatissimi – siamo riusciti ad accaparrarci all’ultimo momento.
e: la presenza di simboli fortissimi (su tutti, l’orsacchiotto di pelouche di Blanche) ed allo stesso tempo discreti, senza che nessun “livello” distragga mai da un altro.
credo che possa bastare, anzi: già temo di aver scritto troppo, di cui molto risparmiabile – è che quando non dormo il mio neurone prende a funzionare ad intermittenza.
però, se dovessi consigliare uno spettacolo a qualcuno, consiglierei questo.
date un’occhiata a google per le prossime date.
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