myfunny


recensione (?) – il grande capo, lars von trier.
Marzo 7, 2007, 10:45 pm
Archiviato in: #movies, artz!, egorama, recensioni, things i like

[il punto interrogativo trova giustificazione per la sua esistenza nel fatto che temo spenderò più tempo a parlare di cose come me stesso, le condizioni in cui ho visto il film, il fatto che l'unica altra persona che era nella sala con (indovinate?) me mi ha fatto sentire tremendamente intellettuale, eccetera, che del film. siete avvertiti.]

e insomma venerdì scorso sono rocambolescamente riuscito a vedere uno dei film per i quali ho deciso di rimandare il suicidio di un mese (l’altro è INLAND EMPIRE, e nessuno dei miei tentativi di raggiungerlo ha avuto successo, quindi temo consumerò il vostro ossigeno ancora per qualche mese, ovvero fin quando l’Abruzzo farà ammenda per la sua oscena programmazione cinematografica con un festival pieno di parruccone cinquantenni – cinquantenni nel loro personalissimo mondo – che, con le loro chiome fresche di parrucchiere, mi costringeranno come ogni anno ad improbabili movimenti con la testa per raggiungere lo schermo), ovvero “il grande capo”, di Lars von Trier. che (ta-dah!) non mi ha deluso. ma ora, ordine e disciplina: questa è la locandina del film, con cui lars si prende una pausa dalla sua trilogia americana [1]:

locandina de il grande capo

la trama, immagino l’abbiate letta e riletta: quindi, che male può farvi leggerla una volta in più?

bene: c’è questa software house danese. nessuno, all’interno, conosce l’identità del proprietario, che si manifesta soltanto attraverso e-mails, e che sembra avere per ognuno un’identità diversa: le sue decisioni vengono riferite al resto dello staff da uno dei suoi membri. che, in realtà, è il capo. e che usa questo sistema per prendere liberamente decisioni impopolari sui sui dipendenti, rimanendo al contempo un collega stimato fin quasi all’adorazione. volendo vendere l’azienda ad una compagnia islandese, il grande capo ha bisogno di una controfigura che firmi il contratto per lui. e assume questo attore improbabile.

dicevo, il film non mi ha deluso. sono tra quelli che “hanno avuto esattamente ciò che si aspettavano”, se devo scegliere una delle categorie in cui von trier divide i suoi spettatori, nell’ultima delle numerose parentesi meta- sparse per il film. ma non in senso negativo: mi aspettavo:
1.un film di von trier;
2. una commedia;
3. una parodia, o uno studio, del genere “commedia”.
e questo, vorrei che fosse chiaro, non è un giudizio – seppur blandamente e amichevolmente – negativo sul film, che anzi mi ha dato anche qualcosa in più, permettendomi non solo di non rimanerne deluso ma di uscire piacevolmente sorpreso dalla sala:
1. è un bellissimo film di von trier;
2. è una commedia la quale, come commedia, è credibilissima, nonostante (3.) sia uno dei film più metaqualcosa che io abbia mai visto, e forse uno di quelli in cui questa metaqualcosità è meno invadente. insomma: quando von trier dice “è una commedia”, credetegli. non è come quando ha detto: “è un musical”.

senonché, qualcuno è riuscito comunque a rimanerne deluso, al punto di uscire al primo tempo e lasciarmi solo per la durata del secondo: una signora la quale quando, vedendola fuggire, le ho chiesto come mai non rimaneva a farmi compagnia, mi ha risposto: “non sopporto le inquadrature. si muove troppo. e poi, questi colori freddi. troppo nordico“, lasciandomi troppo stupito per risponderle che sarebbe un po’ come rimanere infatiditi da dumbo per l’eccessiva presenza di elefanti.

già, perché al cinema ero andato da solo.

allora, passeggiavo per il corso di Pescara con alessio aka kitsune aka the-poochiest-boy-on-earth e ho visto la locandina nella vetrina di una banca (!). ho detto “OMHFG [2], finalmente se ne sono ricordati!”. sarebbe cominciato dieci minuti dopo, e ci siamo fiondati al cinema Massimo, di cui la locandina esibiva il logo – ovvero: mi sono fiondato, trascinando kitsune per la mano sinistra, con la mente troppo occupata dal terrore di arrivare in ritardo (era l’ultimo giorno di programmazione) per realizzare l’opportunità di spiegargli dove lo stavo trascinando. arrivati al botteghino, tutto ciò che riesco a fare è aggrapparmi al botteghino, dire: “v-von trier… due!” mi dicono: “uh, no: è al sant’andrea. è che la locandina della programmazione l’abbiamo in comune (!). se correte dovreste farcela.” la volontà trionfa su tutto, e nietzschianamente riprendo la corsa, con alessio al seguito. arriviamo a quella specie di nirvana nel quale avevo trafigurato nel tragitto l’ex-sala cinematografica parrocchiale che aveva dimenticato di cambiare nome insieme alla gestione con soli cinque minuti di ritardo. ci dicono: “siete in ritardo, temo”.
- ah.
- eh, sì.
- possiamo entrare comunque?
- ehm… non abbiamo avviato la proiezione. non c’era nessuno.
- ah.
- eh, già.
- e… avviarla ora?
- non possiamo.
- capisco.
- si sballerebbe la programmazione.
- sono problemi.
- eh, già.
- il prossimo spettacolo?
- 20.15.
senonché, alessio era d’accordo per cenare a casa. quindi, nada. ma io, insomma, non sono uno che si arrende davanti alle difficoltà: dopo aver osservato attentamente le persone che uscivano dalla chiesa, e aver notato che tutte le ragazze sotto i trenta tra loro avevano scarpe orrende, e aver teorizzato con kitsune almeno venti rapporti causa-effetto più o meno plausibili tra scarpe orrende e cattolicesimo, ho provato a chiamare le uniche due persone che condividevano le seguenti caratteristiche: 1. essere nella mia rubrica; 2. non lavorare il venerdì sera; 3. vivere in un raggio di dieci chilometri; 4. parlare ancora con me.

il primo, sandro, era a pezzi a causa di una giornata delirante, e mi ha proposto di rimadare al giorno dopo, ma il giorno dopo non ci sarebbe stato il film, e allora nulla. giustificato.

la seconda, federica, mi ha detto che era con il suo promesso sposo.
- be’, portalo.
- no, è che… siamo da me…
- ah, capisco. beati voi.
- no, no, ci sono i miei eccetera.
- ah. e allora?
- eh, è che… capisci…
- non perfettamente.
- c’è sanremo.
non giustificata.

e insomma ecco come mi sono trovato al cine da solo, per chi stesse morendo dalla voglia di saperlo.

_____________
note:
[1]: quella di cui dogville e manderlay sono i primi due capitoli. è divertente l’origine dell’idea di questa trilogia: dopo dancer in the dark, molti hanno criticato von trier dicendo cose come: “ti vanti tanto di non aver mai messo piede negli Stati Uniti, come pensi di poterti permettere di parlarne così?”. lui non c’è andato, ma ha deciso dove ambientare i film successivi.

[2]: la H sta per “hyper”.


5 Commenti finora
Lascia un commento

Il film di Von Trier è quasi un capolavoro, superiore a qualunque altra cosa abbia visto di lui. Per la cronaca, pur’io lo vidi da solo, a saperlo prima potevamo andare a vederlo da soli in contemporanea (abitiamo in due diverse città). E poi telefonarci alla fine. Ma perché, questa sensazione di meta-qualcosa? Mon cher, secondo me quelli che abbiamo visto, ahinoi, sono i fatti nudi e crudi.
Ciao.

Giovanni.

p.s. io sono, senz’altro, la ex fidanzata dell’attore.

Commento di giovannonecoscialunga

io l’ho visto in compagnia, la sala era semi-deserta, si è creato un bel clima intimo quando le risatine nascevano in sincrono.
gran bel film, non c’è che dire.
corri a vedere InladEmpire!

Commento di benedetta

@Giovanni: per meta-qualcosa, intendevo *letteralmente* meta-qualcosa, tipo: von trier che parla dl film mentre lo gira. anyway magari ci telefoniamo dopo INLAND EMPIRE, se vuoi ^__^.

@Benedetta: in sostanza, stai dicendo che mi vuoi morto?

Commento di myfunny

naaaaa Inland Empire l’ho già visto una volta e mi è bastato e avanzato.

Commento di giovannonecoscialunga

no, cla, ti voglio vivo e attivo. dopo inland empire il suicidio sarebbe forse la conclusione più logica. anche perchè c’è una scena indimenticabile dove qualcuno che non ti svelo dice:”non è niente, stai tranquilla, stai solo morendo”.
****

Commento di benedetta




Lascia un commento
Interruzioni di linea e paragrafo automatici, indirizzo e-mail mai mostrato, HTML permesso: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>