[trattandosi del seguito ideale di test#1 io, fossi in voi, gli darei un'occhiata prima di leggere questo. ma è quello che farei io, sia chiaro. non pretendo certo di dettare legge sul mio blog.]
Struttura della prova.
Data la descrizione di un breve episodio, il candidato dovrà rispondere mediante un “sì” o un “no” ad una semplice domanda. Nel farlo, è opportuno che il candidato non finga di dimenticare come egli si ritenga una persona tutt’altro che invidiosa, o che gli sia capitato almeno una volta di compiere un furto di lieve entità senza ritenere di meritare una sanzione. Inoltre, il candidato dovrebbe sforzarsi di ricordare di essere ateo: quindi, niente provvidenza, niente giustizia divina. Un’ingiustizia va punita, ma una disgrazia che accade ad un colpevole resta una disgrazia.
Un breve episodio.
Un’utilitaria si ferma nel parcheggio di un autogrill; ne scendono un uomo e una donna. La donna, sui cinquantacinque anni portati decentemente, ma nel complesso non troppo attraente, sembra piuttosto soddisfatta. Un residuo di quella che non è difficile immaginare come un’espressione corrucciata portata per lungo tempo, abituale come la costante ricerca di motivi per giustificarla, è tuttavia ancora presente. Non appena l’idea le si affaccerà alla mente, la donna valuterà seriamente la prospettiva di un divorzio, e desisterà soltanto dopo i consigli di un costoso avvocato, e soltanto per motivi di convenienza economica.
L’uomo, nonostante cerchi visibilmente di partecipare all’entusiasmo della donna, mantiene una mimica nervosa, a tratti spaurita: pupille mobili, mordicchiamenti della parte interna delle guance, mani che non trovano pace, cercano conforto l’una con l’altra, non trovandolo si accaniscono contro la cravatta, il bavero, le chiavi nella tasca. (continua…)
[il punto interrogativo trova giustificazione per la sua esistenza nel fatto che temo spenderò più tempo a parlare di cose come me stesso, le condizioni in cui ho visto il film, il fatto che l'unica altra persona che era nella sala con (indovinate?) me mi ha fatto sentire tremendamente intellettuale, eccetera, che del film. siete avvertiti.]
e insomma venerdì scorso sono rocambolescamente riuscito a vedere uno dei film per i quali ho deciso di rimandare il suicidio di un mese (l’altro è INLAND EMPIRE, e nessuno dei miei tentativi di raggiungerlo ha avuto successo, quindi temo consumerò il vostro ossigeno ancora per qualche mese, ovvero fin quando l’Abruzzo farà ammenda per la sua oscena programmazione cinematografica con un festival pieno di parruccone cinquantenni – cinquantenni nel loro personalissimo mondo – che, con le loro chiome fresche di parrucchiere, mi costringeranno come ogni anno ad improbabili movimenti con la testa per raggiungere lo schermo), ovvero “il grande capo”, di Lars von Trier. che (ta-dah!) non mi ha deluso. ma ora, ordine e disciplina: questa è la locandina del film, con cui lars si prende una pausa dalla sua trilogia americana [1]:
la trama, immagino l’abbiate letta e riletta: quindi, che male può farvi leggerla una volta in più?
bene: c’è questa software house danese. nessuno, all’interno, conosce l’identità del proprietario, che si manifesta soltanto attraverso e-mails, e che sembra avere per ognuno un’identità diversa: le sue decisioni vengono riferite al resto dello staff da uno dei suoi membri. che, in realtà, è il capo. e che usa questo sistema per prendere liberamente decisioni impopolari sui sui dipendenti, rimanendo al contempo un collega stimato fin quasi all’adorazione. volendo vendere l’azienda ad una compagnia islandese, il grande capo ha bisogno di una controfigura che firmi il contratto per lui. e assume questo attore improbabile.
dicevo, il film non mi ha deluso. sono tra quelli che “hanno avuto esattamente ciò che si aspettavano”, se devo scegliere una delle categorie in cui von trier divide i suoi spettatori, nell’ultima delle numerose parentesi meta- sparse per il film. ma non in senso negativo: mi aspettavo:
1.un film di von trier;
2. una commedia;
3. una parodia, o uno studio, del genere “commedia”.
e questo, vorrei che fosse chiaro, non è un giudizio – seppur blandamente e amichevolmente – negativo sul film, che anzi mi ha dato anche qualcosa in più, permettendomi non solo di non rimanerne deluso ma di uscire piacevolmente sorpreso dalla sala:
1. è un bellissimo film di von trier;
2. è una commedia la quale, come commedia, è credibilissima, nonostante (3.) sia uno dei film più metaqualcosa che io abbia mai visto, e forse uno di quelli in cui questa metaqualcosità è meno invadente. insomma: quando von trier dice “è una commedia”, credetegli. non è come quando ha detto: “è un musical”.
(continua…)
[quella che segue è la rielaborazione di un racconto originariamente pubblicato sul mio vecchio blog, e scomparso con la sua cancellazione - avete presente la morte della filologia? ecco, qui rimangono solo il tema centrale e, a grandi linee, l'episodio narrato. l'ho inserito in una cornice pseudo.accademica, ho intenzione di scrivere altre cose del genere, un giorno.]
Struttura della prova.
Data la descrizione di un breve episodio, il candidato dovrà rispondere concisamente ad una semplice una domanda. La risposta potrà essere comunicata alla commissione d’esame in forma scritta o orale. In alternativa, il candidato può evitare di esprimere formalmente la risposta, tenendola per sé: la scelta dell’una o dell’altra modalità non influiranno in alcun modo sulla valutazione della prova.
ero in questo bar della città dove vivo. davanti a me c’era un libro; in secondo piano un succo di pompelmo ed un caffè. una persona il cui volto nun mi è del tutto sconosciuto mi guarda. saluto, sperando di non imbarcarmi in un discorso gaffogeno di quelli che generalmente si presentano quando una persona che non ricordo bene comincia a parlarmi.
“come vanno, le cose?” mi chiede, e già vedo la mia speranza ridursi a pezzettini piccolissimi.
“uh, bene, e tu? ehm, tipo, l’uni?” ecco, mi sembrava piuttosto probabile uscirne indenne se il discorso fosse andato sugli esami.
“uh, ho appena dato costituzionale, 24.” mado’, non era della mia facoltà. dove l’avrò vista?
“uh… be’, 24, per costituzionale è buono, eh…” spero che lei fornisca qualche indizio utile, temporeggiando vilmente.
“ah, cosa stai leggendo?” mi chiede. woha, penso, se si va sull’argomento libri guadagno almeno altri due minuti. gli mostro la copertina.
“nun sapevo che ti piacesse la letteratura erotica”, commenta. il cielo s’illumina, le nuvole si dipanano: non sento più il bisogno di fingere di riconoscerla. guardo un immaginario orologio sul polso nudo, cercando di rendere il gesto più evidentemente falso di ciò che sarebbe già di suo. mi ricordo di un impegno improbabile, la saluto, le chiedo di ricordarmi il nome – che ho già dimenticato di nuovo -, vado a pagare e mi eclisso.
stavo leggendo “del senso”, di greimas.
[parentesi meta: ecco un pessimo modo per scrivere un titolo se si vuole un buon piazzamento sui motori di ricerca.]
accade che, avendo decretato che dormire è un’inutile perdita di tempo, da un po’ mi trovo con un discreto guadagno di tempo. inutile. e da buon sociopatico, per di più squattrinato, piuttosto che andare a bere qualcosa al pub vago per il web.
accade anche che, avendo perso da tempo ogni speranza di trovarvi qualcosa di utile, da un po’ ho deciso di cercare direttamente cose inutili (sì, mi sto candidando a vincere l’international blog award per il post con più ripetizioni): è un po’ come quando decido di leggere un libro di palahniuck, punto a qualcosa su cui non ho grandi aspettative per evitare delusioni (chucky, se mi stai leggendo leggi anche questo) (peraltro, non voglio dire che siano male, i suoi libri. è che sono esattamente come me li aspetto).
in questo spirito, cerco su google l’espressione “soul selling”. ero curioso di sapere se, dopo la famosa storia del tipo di ebay, qualche sito avesse istituzionalizzato la cosa. e: sì. di seguito, alcuni risultati di ricerca e i relativi commenti del sottoscritto (interessantissimi e brillanti, ça va sans dire).
grazie ai miei contatti con le alte sfere dell’editoria, sono riuscito a ricevere in anteprima una copia del nuovo, illuminante saggio di zygmunt bauman, ovvero “liquidezza liquida”, di cui potete ammirare la copertina provvisoria.
the gimp è una figata.
dopo le acute riflessioni di “modernità liquida”, “vita liquida” ed “amore liquido”, l’illustre pensatore continua il suo percorso di analisi folgoranti e illuminanti rivelazioni su ciò che ama definire l’oscura, incomprensibile e non analizzabile società contemporanea.
società che cambia continuamente, nella visione lucidamente catastrofica di bauman, in cui l’uomo si trova perso, privo di appigli: dev’essere disposto a perdere ogni certezza, ogni sicurezza anche a medio termine per riuscire a sopravvivere al suo interno. ed è forse questo ciò che rende bauman a suo modo propositivo, e lo discosta dai vari fustigatori apocalittici che assediano gli scaffali di sociologia delle nostre librerie: il suo fornire la certezza che almeno una cosa resterà sempre immutata. i titoli dei suoi libri.
Sulla base della mia esperienza personale di dipendente, credo di aver individuato una serie di sintomi alla presenza dei quali è opportuno smettere di guardare episodi di twin peaks scaricati dalla rete, nella speranza che questo post aiuti a rompere il muro di silenzio che circonda questa forma di dipendenza, spesso sottovalutata dai media, e nella speranza che qualcuno possa essere così gentile da elaborare un programma in dodici passi per uscirne.
1. Ossessione gastronomica cooperiana.
Si esprime, nelle sue forme iniziali – e più blande – con il costringersi ad apprezzare l’abbinamento succo di pompelmo-caffè. Con l’avanzare del tempo, può portare a chiedere due uova vagamente bruciacchiate ai bordi, con della pancetta quasi sciolta, a qualunque ora del giorno e della notte. Nella sua fase terminale, provoca richieste scritte al consiglio universitario per fornire il bar di facoltà di torte di mirtilli.
Nello scorgere la sagoma di una persona che corre per le strade di una città di media grandezza, può sorgere il desiderio di guardarla in faccia. Esaminarne l’espressione potrebbe essere utile a capire se, ad esempio, fugge da qualcosa. O se insegue qualcuno, o se rischia di perdere il tram: ciò che è certo, è che non sta facendo jogging. L’andatura è troppo rapida, disordinata; l’abbigliamento assolutamente inadatto.
Anche assistere al momento in cui ha cominciato a correre potrebbe essere stato interessante. È andata così, più o meno: l’uomo camminava in modo spedito, deciso ma tranquillo. Da uomo sicuro di sé, ecco. E, ad un certo punto, è avvenuto lo scatto: uno slancio della gamba sinistra sproporzionato rispetto ai passi precedenti, un’immediata risposta della gamba destra, una valigetta di cuoio che viene lasciata cadere a terra. La valigetta risparmia agli osservatori la scena in cui si apre e sparge fascicoli tutto intorno: cade piuttosto seccamente, un rimbalzo evidente ed uno appena accennato ed è a terra, inerte. Nonostante ciò, molti degli occasionali spettatori della scena l’avrebbero definita, se intervistati, con parole che avevano a che fare con “liberatoria”.
L’uomo continua a correre: nonostante la sua corsa diventi sempre più frenetiche, e nonostante le strade siano tutt’altro che deserte, nessuno viene urtato. Alcuni, incuriositi, si voltano per seguirlo con lo sguardo – roba di qualche istante. La città di media grandezza è una città di mare, divisa in due da un fiume, e l’uomo sta percorrendo un’ampia zona pedonale che separa la stazione ferroviaria dalla spiaggia.
***
La superficie dell’acqua è particolarmente piatta. L’acqua è limpida e, nonostante la stagione, sembra piuttosto calda. La corsa dell’uomo rallenta, quando arriva al marciapiede più vicino alla spiaggia. C’è qualcosa di romantico, negli stabilimenti balneari inattivi, nelle loro serrande abbassate? Quanto è percepibile l’assenza della carne al sole, dell’afa combattuta a colpi di bevande ghiacciate, della salsedine che, seccandosi, fa sbiadire il ricordo del refrigerio provato nel tuffarsi, qualche minuto prima? (continua…)
so che magari di questo post ve ne fregherà meno di quanto a me freghi di sapere chi è daniela cicarelli (che pare sia al top degli argomenti cercati su technorati, stanotte), ma insomma dato che questa cosa si sta già diffondendo a macchia d’olio tra i miei contatti di msn ed oltre, volevo insomma attribuirmene la paternità prima che fosse troppo tardi.
quindi: ecco a voi l’emo-ticon:
-.\\
per i più lenti, sarebbe tipo questa faccina scazzata:
-.-
ma con il ciuffo:
-.\\
si vede che non ho dormito, stanotte?
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mado’, guardate da dove viene uno degli ultimi visitatori di questo blog (link).
ma che lollosità meta-meta-qualcosa!
^^
|———–//altro edit//————|
mado’, technorati sta continuando a mandarmi gente che muore dalla voglia di sapere chi è e cosa fa ’sta daniela cicarelli. mi sa che mi è venuta una mezza idea per uno dei prossimi post
premessa, per evitare eventuali delusioni e/o rancori: questo è un post assolutamente sconsigliato ai fan di isabella santacroce.
prologo: ecco, ci siamo io e questa mia amica su msn, amica che non linko perchè ha un myspace e non linkerei un myspace neanche se in cambio avessi il batterista dei dresden dolls, e che in ogni caso si chiama arlette – ora giustifica il suo nick dicendo cose come: “eh, dài, sono errori di gioventù”, oppure: “l’ho fatto per un’amica, i.s. nun mi ha mai fatto impazzire”; e tendenzialmente non le crede nessuno.
mi sono perso. ah, sì, insomma, ci siamo noi su msn, e lei in un qualche contesto ironico che nun ricordo al momento cita quanto segue:
milligrammi di incoscienza svanivano lasciandomi intravedere l’imperfezione della mia esistenza piansi e chiamai le tenebre.
se avete beccato la citazione e non avete sorriso sarcasticamente, probabilmente troverete più interessante un blog tipo questo, questo o quest’altro.
se avete beccato la citazione e avete sorriso sarcasticamente, questo dialogo immaginario fa per voi.
(continua…)

