[il punto interrogativo trova giustificazione per la sua esistenza nel fatto che temo spenderò più tempo a parlare di cose come me stesso, le condizioni in cui ho visto il film, il fatto che l'unica altra persona che era nella sala con (indovinate?) me mi ha fatto sentire tremendamente intellettuale, eccetera, che del film. siete avvertiti.]
e insomma venerdì scorso sono rocambolescamente riuscito a vedere uno dei film per i quali ho deciso di rimandare il suicidio di un mese (l’altro è INLAND EMPIRE, e nessuno dei miei tentativi di raggiungerlo ha avuto successo, quindi temo consumerò il vostro ossigeno ancora per qualche mese, ovvero fin quando l’Abruzzo farà ammenda per la sua oscena programmazione cinematografica con un festival pieno di parruccone cinquantenni – cinquantenni nel loro personalissimo mondo – che, con le loro chiome fresche di parrucchiere, mi costringeranno come ogni anno ad improbabili movimenti con la testa per raggiungere lo schermo), ovvero “il grande capo”, di Lars von Trier. che (ta-dah!) non mi ha deluso. ma ora, ordine e disciplina: questa è la locandina del film, con cui lars si prende una pausa dalla sua trilogia americana [1]:
la trama, immagino l’abbiate letta e riletta: quindi, che male può farvi leggerla una volta in più?
bene: c’è questa software house danese. nessuno, all’interno, conosce l’identità del proprietario, che si manifesta soltanto attraverso e-mails, e che sembra avere per ognuno un’identità diversa: le sue decisioni vengono riferite al resto dello staff da uno dei suoi membri. che, in realtà, è il capo. e che usa questo sistema per prendere liberamente decisioni impopolari sui sui dipendenti, rimanendo al contempo un collega stimato fin quasi all’adorazione. volendo vendere l’azienda ad una compagnia islandese, il grande capo ha bisogno di una controfigura che firmi il contratto per lui. e assume questo attore improbabile.
dicevo, il film non mi ha deluso. sono tra quelli che “hanno avuto esattamente ciò che si aspettavano”, se devo scegliere una delle categorie in cui von trier divide i suoi spettatori, nell’ultima delle numerose parentesi meta- sparse per il film. ma non in senso negativo: mi aspettavo:
1.un film di von trier;
2. una commedia;
3. una parodia, o uno studio, del genere “commedia”.
e questo, vorrei che fosse chiaro, non è un giudizio – seppur blandamente e amichevolmente – negativo sul film, che anzi mi ha dato anche qualcosa in più, permettendomi non solo di non rimanerne deluso ma di uscire piacevolmente sorpreso dalla sala:
1. è un bellissimo film di von trier;
2. è una commedia la quale, come commedia, è credibilissima, nonostante (3.) sia uno dei film più metaqualcosa che io abbia mai visto, e forse uno di quelli in cui questa metaqualcosità è meno invadente. insomma: quando von trier dice “è una commedia”, credetegli. non è come quando ha detto: “è un musical”.
(continua…)
e insomma da tempo non mi capitava di vedere un film italiano che fosse anche utile. e mi è successo l’altro ieri, con questo saturno contro. ecco la locandina:
ora: dato che sto seguendo un corso di critica cinematografica per corrispondenza (ventuno uscite, con ogni numero un pezzo degli occhiali di Enrico Ghezzi), provo a cominciare come si dovrebbe, ovvero con cast e sinossi.
Davide (Pierfrancesco Favino, in una delle sue interpretazioni migliori) è uno scrittore. vive con il suo compagno Lorenzo (Luca Argentero), in un appartamento (che ho scoperto essere, in realtà, quello del regista) nel quale è solito riunirsi un folto gruppo di amici, tutti più o meno in crisi: Antonio (Stefano Accorsi), sposato con Angelica (Margherita Buy, splendida come sempre), con due figli abbastanza mostruosi da essere realistici ed un’amante di nome Laura (Isabella Ferrari); Nival (Serra Yilmaz, già presente in le fate ignoranti e la finestra di fronte), moglie ed aguzzina del poliziotto vagamente sociopatico Roberto (Filippo Timi); Sergio (Ennio Fantastichini) – che, come spiegherà lui stesso alla madre di Lorenzo, è “frocio, non gay. sa com’è, sono all’antica”; e Roberta, astrologa dilettante e tossicodipendente, interpretata da una stupefacente Ambra Angiolini (prima vedete il film: poi, se è il caso, tornate qui e ridete).
e insomma ci sono cose che assomigliano ad un gruppo in crisi, e c’è Lorenzo, che fa di tutto per tentare di tenerlo assieme. Roberto è una di quelle persone che è felice solo quando tutti, attorno a sé, sono felici. e infatti, durante una cena, entra in coma.
(continua…)
(è propedeutica la lettura della parte prima)
2. the Reality Show Factor. tra le mie compagne di classe di cui parlavo nella prima parte, almeno due non erano del tutto idiote. quando ho provato a chiedere loro perché stessero leggendo quella roba, e se insomma si accorgessero che fosse scritto con le prime cento parole di un lessico di frequenza ad eccezione di termini triviali sparsi, mi hanno risposto che sì, se ne accorgevano, ma se lo stavano leggendo non era per apprezzarne lo stile. erano incuriosite, piuttosto, da ciò che l’autrice aveva fatto. un attimo di attenzione: l’autrice, non la protagonista. sostanzialmente, ho avuto come l’idea che se fosse stata pubblicata una checklist, con voci come “sesso di gruppo”, “sesso con prof” eccetera, e qualche adolescente l’avesse compilata (con la stragrande maggioranza delle caselle checkate), queste persone non sarebbero state meno interessate a leggerla. sintomi di quanto il fattore “ehi, quella ha davvero fatto quelle cose” sia stato fondamentale per il successo del romanzo sono, ad esempio, la prima domanda di quasi tutte le interviste all’autrice, nonché il relativamente scarso successo del suo secondo romanzo, meno autobiografico, nonostante lo stile fosse migliorato e non si trattasse, appunto, di un’opera prima.
perché si tratta, in definitiva, di un libretto biecamente cattolico.
se volessimo spulciare i sensi indiretti sparpagliati tra le pagine per cercare prove dell’intento moralizzatore del romanzo ne avremmo per giorni. e sarebbe un lavoro piuttosto noioso. e, dato che nessuno mi paga per farlo, me lo risparmio volentieri, anche perché credo che sia ampiamente sufficiente scorrere uno schemino approssimativo della trama: eccolo.
(continua…)
premetto che leggo sempre i libri di cui immagino di dover parlar male, prima di farlo – anche se, dopo “il codice davinci”, sto seriamente valutando l’idea di smetterla.
nella fattispecie, “cento colpi di spazzola prima di andare a dormire”, opera prima di melissa p., l’ho letto il giorno stesso in cui mi sono accorto che stava diventando un caso letterario di quelli che, in italia, si presentano una volta ogni decade. me ne sono accorto perché, nella mia classe (la quarta, se non ricordo male, di un liceo linguistico), tale libro alloggiava sotto il banco di diverse studentesse durante le lezioni, per poi spuntar fuori durante la ricreazione. e questo, nei quattro anni precedenti, non era successo con nessun testo extracurricolare, con l’eccezione di alcune riviste di gossip. poi, ieri mi sono detto: “sai che è? mi sa che, co’ ’sta moda dei ragazzini malefici un post a proposito ci può stare”. e allora mi sono armato di coraggio e l’ho riletto, con grande sollievo di novalis e palahniuck (ho tutte le robe di narrativa ordinate alfabeticamente, e nabokov mi sta ancora ringraziando per essermi interessato al romanticismo tedesco). altra premessa: non ho nulla di personale contro l’autrice – in ogni caso, se cercando il suo nome su gugol si trovasse a passare di qui, la pregherei di leggere questo prima di continuare. ah, ancora: eco mi perdoni, ma per un romanzo il cui successo è così legato alla presunta verità in senso storico delle vicende raccontate, e alla personalità dell’autrice, è inevitabile che, in una critica, si tenga conto di questi fattori. uh, un’ultima cosa: farò finta di non aver mai sentito parlare del pamphlet “contro la p. melissa”: scrivere piegati in due, con le mani sullo stomaco, è scomodo. ma, a parlare di quello di melissa p. come “erotismo di sinistra”, nun credo di essere capace di assumere altre posture. ecco, credo che si possa cominciare.
Cento colpi di spazzola: erotismo o pornografia?
è una delle domande ricorse più spesso, nel dibattito successivo all’uscita del libro. e credo sia mal posta. per me, equivale più o meno a: “quarzo: mammifero o ladro di biciclette?”. (continua…)
è uscito il 15 gennaio, per la produzione di Luis Bertignac – che aveva prodotto anche il precedente, sorprendente Quelcu’un m’a dit – il nuovo album di Carla Bruni, No Promises. Ed io mi sono fiondato a scaricarlo. Anche se, in effetti avevo qualche dubbio: la scelta dell’inglese per il secondo album della chansonnieuse (torinese, da anni vive a Parigi) mi lasciava piuttosto perplesso. nulla di personale, alcuni dei miei migliori amici sono anglofoni eccetera, ma Quelcu’un m’a dit mi sembrava così perfetto, e i testi si adattavano così stupendamente alla voce della cantante, che mi era difficile immaginare come, in una lingua così diversa, si sarebbero potuti raggiungere gli stessi risultati.
poi, mi perplimeva il fatto che non fossero suoi, i testi. (ah, dato che mentre sto scrivendo questa recensione sto anche surfando – come sono ye-yé, oggi – alla ricerca di informazioni sul disco, rubo lo spazio di una parentesi per una piccola polemica: va bene che XL è tipo il male, e che nell’unico numero che ho comprato c’era una recensione entusiastica di fabri fibra, e che rivoglio musica! di repubblica, e che sui giovani d’oggi ci scatarro su, ma insomma scrivere ancora cose tipo: “il secondo disco della top model” mi sembra eccessivo: insomma, nun fa più la modella da qualcosa come dieci anni. non ho mai letto frasi tipo “il capolavoro del neurologo austriaco”, riferite a Traumnovelle). mi perplimeva perchè, dato che nel primo album aveva dato prova di un grande talento di songwriter, insinuava nella mia mente maliziosa il dubbio che avesse semplicemente voluto riposarsi. le undici tracce che compongono il disco sono, infatti, poesie di yeats, auden, christina rossetti, emily dickinson, dorothy parker e walter de la mare in musica.
(continua…)
grazie ai miei contatti con le alte sfere dell’editoria, sono riuscito a ricevere in anteprima una copia del nuovo, illuminante saggio di zygmunt bauman, ovvero “liquidezza liquida”, di cui potete ammirare la copertina provvisoria.
the gimp è una figata.
dopo le acute riflessioni di “modernità liquida”, “vita liquida” ed “amore liquido”, l’illustre pensatore continua il suo percorso di analisi folgoranti e illuminanti rivelazioni su ciò che ama definire l’oscura, incomprensibile e non analizzabile società contemporanea.
società che cambia continuamente, nella visione lucidamente catastrofica di bauman, in cui l’uomo si trova perso, privo di appigli: dev’essere disposto a perdere ogni certezza, ogni sicurezza anche a medio termine per riuscire a sopravvivere al suo interno. ed è forse questo ciò che rende bauman a suo modo propositivo, e lo discosta dai vari fustigatori apocalittici che assediano gli scaffali di sociologia delle nostre librerie: il suo fornire la certezza che almeno una cosa resterà sempre immutata. i titoli dei suoi libri.
WARNING: questo post contiene informazioni di carattere autobiografico. se leggere qualunque cosa del genere, indipendentemente dal contesto, vi fa pensare che l’autore in fondo voglia solo mettersi in mostra e automaticamente vi fa detestare ciò di cui parla, procuratevi qualcuno che lo legga per voi eliminando queste informazioni. perchè, insomma, è tipo brutto detestare uno spettacolo così.
premetto che quella di cui sto per parlare è la prima rappresentazione teatrale della grande commedia (almeno, in genere la definiscono così) di tennessee williams. e che, in effetti, non ho visto neanche il film.
premetto anche che qualunque mio giudizio su enrico lo verso è falsato dal fatto che è un figo della madonna.
credo che come premesse possano bastare. più che una recensione si tratta di impressioni a caldo: l’ho visto qualcosa come dieci ore fa, insieme a mia madre che in questo caso ricopriva anche il ruolo di rivale in amore.
credo anche che, quando non hai trovato un singolo difetto in uno spettacolo, o comunque una singola cosa che per qualche motivo non ti è piaciuta (eccetto il genio che, durante la pausa, ha detto: “be’, nei primi minuti era un po’ fiacca, la cosa, ma si sta riprendendo”. non so cosa si aspettasse, da una donna che aspetta la sorella. magari una sparatoria.), scrivere una recensione o una pseudorecensione non sia semplicissimo. quindi, credo che mi limiterò ad elencare tutto ciò che mi ha stupito positivamente, a partire dalla scenografia.
(continua…)
Scritto sul corpo è un libro di Jeanette Winterson pubblicato in italia da mondadori nel lontano 1993 e oggi disponibile nella Piccola Biblioteca Oscar Mondadori alla modica cifra di 8,40 €.
Woha, che tempismo. Cosa sei, un recensore d’assalto?
ah-ah-ah. che simpaticone. no, è che fondamentalmente l’ho letto solo da pochi giorni. me l’ha prestato la mia amica illinkabile di cui parlavo qualche post fa. e, a dire la verità, nun è che fossi tanto convinto che leggerlo fosse un’ottima idea. ah, questa è la copertina:
Uh, carina. E come mai non eri tanto convinto che leggerlo fosse una buona idea?
perchè sostanzialmente sono un idiota. è che, da un po’ di tempo, tendo ad essere davvero poco interessato – se non per studi strutturali – nei confronti di libri che parlano di cose importanti (per esempio: vita, morte, malattia, amore) senza uno spessissimo filtro a base di ironia e cinismo. e, pur rendendomi conto io stesso che tutto ciò – intendo: questo mio comportamento – sia una stronzata, è più forte di me.
Quindi, pare che questo libro parli di cose serie come vita, morte, malattia e amore.
esatto.
E tutto ciò senza ironia.
ecco, questo è meno esatto. voglio dire: il personaggio che narra la storia è profondamente ironico. ma ciò non vuol dire che non possa provare sentimenti più forti di quelli che vorrebbe, o che non possa tipo anelare alla felicità, o sperare in cose… insomma, per me questo libro riesce ad essere serio, e pregno di significato e di emotività, e realmente tormentato e passionale eccetera, senza cadere nel ridicolo. ad esempio, frasi come:
Com’è che la cosa meno originale che sappiamo dirci è tuttavia la sola cosa che desideriamo sentire? “Ti amo” è sempre una citazione,
se anzichè trovarsi nei frammenti di Barthes si trovano in un romanzo la cui protagonista effettivamente ama, e anche troppo, ecco che diventano in qualche modo risolutive.
Oddio, comincia a sembrare interessante. Ma insomma, di cosa parla?
eh, te lo dico dopo il cut che altrimenti invado il reader degli abbonati all’rss ^___^



